Note e riflessioni sulle scritture di amici e amiche

Alla ricerca di un senso nel mondo instabile e molteplice che poco conosciamo

Ai visitatori. Su questo blog (abbozzato nel 2010) pubblicherò le mie note di lettura sui testi editi o inediti. Nel caso di testi editi ritengo di poter esercitare liberamente il comune diritto alla critica. Per gli inediti, se necessario, chiederò prima l'autorizzazione ai diretti interessati. [E.A.]

15 luglio 2011

lunedì 18 luglio 2011

Su Anna Ciufo*
"Katana e altre poesie"
Spring Edizioni, Caserta 2007

* Anna Ciufo (Formia, Latina 1955) vive e lavora a Salerno. Ha pubblicato, oltre a "Katana e altre poesie", altre due raccolte, "Di questi giorni parlati" e "Il timore accigliato delle pause" (2004).

31 gennaio 2008

UNA PICCOLA DON CHISCIOTTE, FORSE…
Sette appunti 

1.

Katana e altre poesie non è un’autobiografia distesa in versi. Nel libretto (una cinquantina di pagine, prefazione di Gerardo Zampella e postfazione di Maria Olmina D’Arienzo) gli indizi che incoraggerebbero tale interpretazione sono assai scarsi e cifrati. Ciufo allude alla sua vita nei modi sempre obliqui della poesia. Facile supporre che il «tu», a cui si rivolge, è maschile, è la persona amata-odiata, col fantasma della quale fa i conti, da quando il legame deterioratosi ha lasciato soltanto rovine (le «nostre rovine», p. 9). Ma, in tutta la scena di questa poesia, gli altri (i «voi», la gente: amici, conoscenti, o anche sconosciuti) sono labili comparse. Sola eccezione la Madre - maiuscola! - a cui è dedicato L’ultimo canto (pag. 47). Nel componimento a lei dedicato gli altri sono chiamati per attimi come testimoni. Quasi per accertare la fisicità della dolente figura materna («Voi l’avete vista camminare come in trappola, / misurare la lunghezza della propria inquietudine / navigando vie senza timone né rosa dei venti», p. 47) e svanire subito dopo. Resta solo la figlia invocante: «Madre, lontana, / madre sfuggita al mio pianto in un assaggio d’alba / che ha leccato il buio con violenza» (p. 47). Gli altri, la società, il mondo “reale” fanno, dunque, da fondale sfuocato;minaccioso però e fonte di insicurezza. La seconda sezione (Cronache), sviluppandosi in discorso meno secco e più disteso della prima, accenna pure a una «città frolla, sfaldata» (p. 33) e alla tipologia dei suoi abitanti: «quelli che anneriscono il buio con la violenza, / gli ometti con le pose da grand’uomo, / gli oratori senza convinzioni, / i giornalisti che sterzano fra false notizie, / chi senza vanga dissoda terre / e le semina a pietre» (p. 34). Ma, come per il «tu» e il «voi», questa folla, catturata da attività poco indagate o rese per vaghe metafore, che disturba e sta comunque per conto suo, non interessa davvero: è anzi da mandare «al diavolo» (p. 34).

domenica 17 luglio 2011

Su Sandro Briosi*
Il sogno raccontato da Svevo
in "Allegoria" n.14 1993

*Sandro Briosi (1941 - 1998) è stato ordinario di Letteratura italiana a Siena, ha insegnato nelle università di Milano, Groningen, Amsterdam, Toron­to e Montreal. Ha dedicato volumi e saggi alla letteratura italiana del primo Novecento (Vittorini, Marinetti, Serra, Svevo), alla filosofia di Sartre e a questioni di teoria letteraria (Il senso della metafora, 1985; Il simbolo e il segno, 1993). Ha fondato e diretto l’Associazione per lo studio del tema "Simbolo, conoscenza, società". 

 

Cologno Monzese, 10 gennaio 1994

 

Gentile prof. Briosi,

[ ... ] ho letto sul n. 14 di Allegoria il suo articolo: Il sogno raccontato da Svevo e proprio in coincidenza con alcune mie prove di "narratorio" a partire da sogni [ ... ].

Verso la sua tesi di fondo mi trovo in dissenso: il modello che lei valorizza di scrittore stoicamente eppur saldamente «condannato alla coscienza» cozza con la mia constatazione che reali «sorprese» hanno già cambiato la vita (mia e degli altri) e che la psicoanalisi - almeno quella che vado conoscendo - lungi dal produrle in proprio, dal richiedere abbandoni all'inconscio o «alla diagnosi dell'analista», è interrogazione critica e non scontata; quindi neppure «scienza» che vuole stringerci «entro le maglie del caso clinico».

Essa ha corroso semmai lo spazio "irreale" dell'immaginazione, fortezza della letteratura abbastanza espugnata ormai: sia da chi, come Svevo, ha condotto «alle conseguenze estreme i presunti valori assoluti della razionalità e della coscienza» sia dagli altri «maestri del sospetto»[1] anche a lei ben noti.

Su Franco Brioschi*
Un mondo di individui:
saggio sulla filosofia del linguaggio
(letto in fotocopia
poi Unicopli, Milano 1999)

* Franco Brioschi (19452005). Fu docente di Critica e teoria della letteratura, Stilistica e semiotica del testo all'Università di Milano, e collaboratore di importanti riviste. Come consulente di Giulio Bollati contribuì alla nascita della casa editrice Bollati Boringhieri. Altre notizie su http://it.wikipedia.org /wiki/Franco_Brioschi                 

  

10 maggio 1999

 Caro Brioschi,

              avevo compiuto a suo tempo una marcia di avvicinamento ad alcuni tuoi lavori (su Quaderni Piacentini, La poesia senza nome, Elementi di teoria letteraria) e un amico insegnante, F. T., mi stava indirizzando da te per un parere su mie poesie.
Poi ci sono state le derive degli anni ’80, e solo adesso, in un tempo diverso e per me alquanto orrido, ho trovato lo spunto per incontrarti alla ricerca di un possibile terreno di dialogo collegabile all’amicizia e alle iniziative culturali da prendere qui a Milano dopo la morte di Sandro Briosi[1].
Mi hai proposto  il tuo ultimo saggio, Un mondo di individui. L’ho letto, con un grado di concentrazione disturbato dai notiziari di guerra; e, come facevo di fronte ai lavori di Sandro, metto le mani avanti dichiarandomi lettore guardingo, perché consapevole in anticipo  dei propri limiti e forse dei diversi orizzonti di attesa che abbiamo.

venerdì 15 luglio 2011

Su Matteo Bonsante*
Poesie 1954-2004
Aliante Edizioni
Polignano a mare 2004


*Matteo Bonsante (1935 Polignano a mare, Bari) ha insegnato nella scuola media superiore. Ha pubblicato  varie raccolte poetiche: Poesie 1954 - 2004 (Bilico, Ziqqurat, Sigizie, Esperidi, Nugelle, Prime poesie), Iridescenze (2007), Dismisure 2010, due romanzi brevi: Una linea di fuga (2001) e Sperduto 2003 e i lavori teatrali Caldarroste (1981), Dietro la porta 1984, Per solo donna 2004.

 

 

Aprile 2007
Gentile Matteo Bonsante,
non so bene se il mio parere la “illuminerà” come s’aspetta.
Sono, infatti, molto combattuto nel pronunciarmi sulla sua raccolta e per due fondamentali motivi.
Primo: mi trovo di fronte al libro di una vita, complessivo, studiatissimo nei singoli versi e nella sua struttura, con testi forse anche troppo  autocommentati, ma sempre con grande rigore filosofico. Esso m’incute (è la parola esatta nel mio caso) rispetto; e, per avvicinarne e vagliarne i significati più profondi, richiederebbe un tempo di lettura che per vari impegni al momento non posso concedere.
Secondo: per scelte di vita e culturali mi sento ormai estraneo alla cornice culturale del simbolismo, nella quale la sua poesia coerentemente si è iscritta e ha operato per circa un cinquantennio.[...]

Su "Le tentazioni di Marsia"
di Mario Fresa e Tiziano Salari
(Lettera a Matteo Bonsante)



12 LUGLIO 2007

Caro Matteo,

[...]Ogni notizia  di morte o grave malattia mi turba e mi mette in posizione di distacco dalle faccende più quotidiane, che pur ci fanno sentire vivi e in qualche modo utili agli altri.
È da questa posizione che voglio riflettere anche su quanto mi scrivi a proposito de LE TENTAZIONI DI MARSIA.
Non mi meraviglia – l’hai intuito in partenza – il tuo accordo con le tesi di Salari e Fresa.
È una posizione,  questa, “nobile”, spalleggiata da una secolare tradizione, consolidatasi in opere di valore indiscusso e oggi – mi pare - in piena sintonia con lo “spirito dei tempi” che ha riproposto religioni e fondamentalismi in primo piano.
Io – purtroppo? per fortuna? per scelte culturali? per lezioni tratte dall’esperienza, come ti raccontavo – sento estranea  questa via «sacerdotale» dell'ascesi poetica.
 Non resta che confrontarci, ribadire  dissensi o riconoscere punti di convergenza, quando possibile.

Su Matteo Bonsante
Sperduto
(romanzo stampato in proprio)
Polignano a Mare 2003

Gennaio 2008
Caro Matteo,

 durante le vacanze di fine d’anno sono riuscito a leggere Sperduto e te ne scrivo brevemente per riallacciare il nostro confronto un po’…in letargo.
Ti dico subito la mia prima immediata impressione: è un libro di una semplicità e a volte di un candore d’altri tempi. Ci trovo un andamento narrativo che ha un forte legame con l’oralità, come di racconto trasmesso a un pubblico familiare, complice dell’autore, sicuramente non scettico o ostile o sgamato come quello d’oggi, che prevale soprattutto negli ambienti “acculturati”.
Il contenuto – suppongo – ha un fondamento autobiografico e questo mi rende esitante anche nel giudicare il risultato estetico.
Il dramma infantile di un bimbo che ha perso il padre nella seconda guerra mondiale e che diventa per questo un diverso nella comunità d’appartenenza è pesante.  Io ho avuto dei cugini orfani di padre e in tutti, riflettendoci, ritrovo una tendenza alla chiusura, alla scontrosità e ad una forte cupezza, che non si è mai più veramente sciolta nei rapporti con gli altri e le altre.
Il lato umano di una vicenda del genere può restare a lungo oscuro e incomunicabile in certi casi per sempre.[…]

Su Anonimo
Testo inedito

19 ott 2004
Caro A.,
cerco di mettermi con un po’ d’ironia nei panni di commentatore/suggeritore che mi richiedi.
Parto dal testo che mi hai mandato. Mi colpiscono a livello formale la chiusa di ben cinque strofe con un gerundio (evocando, lamentando,cercando, accecando,scivolando) e l’inizio di quattro di esse con il complemento di specificazione (Di gente, Di gente, Di guerre, Di volti).
Per quest’insistenza di forme ripetitive, il tono generale   della poesia si fa, secondo me, depresso e pesante e non sembra riscattarsi nel finale con l’esclamazione (Ohilà!), che è subito smentita dal senso di ripetizione (Ogni giorno come l’altro).

Su Anonimo
Testi inediti

giugno 2006

Caro A.,

[…]Dei tuoi poemetti che nel frattempo ho letto, mi colpisce innanzitutto una crudezza di termini, una schiettezza troppo ostentata.
Prendi In fretta e furia... Non mi scandalizzano certe espressioni («ti farai chiavare», «godere con le tue dita») ma lo sguardo troppo esterno (e, sotto sotto, moralistico) che getti sulla condizione umana di una donna  che si degrada.  Se uno vede, che so, in una prostituta quello che ci vede la gente normale o si ferma alla superficie sentimentaloide («senza baci né carezze sul tuo viso,/ né occhi persi davvero dentro i tuoi») o usa lo stesso linguaggio generico della vita quotidiana senza   dargli un senso, uno scatto diverso da quello che già ha («Qualcuno da dimenticar subito dopo,/ dal quale potrai ottenere dei favori, / un lavoro, dei soldi, una carriera,/ o addirittura un po' d'affari sporchi, /come socia ben ricompensata»),  non aggiunge nulla o poco a una realtà risaputa.

Su Franco Arminio*
Circo dell'ipocondria
Le Lettere, Firenze 2006

*Franco Arminio (Bisaccia, Avellino, 1960) è poeta, scrittore e documentarista della vita odierna dei paesi dell’Irpinia orientale. Tra le sue numerose pubblicazioni:  Cimelio dei profili (1985), Atleti (1987), Viaggio nel cratere (2003), Circo dell'Ipocondria (2006), Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia (2008), Cartoline dai morti (2010) e Oratorio bizantino (2011)



Cologno Monzese 4 gennaio 2007

Caro Franco,
mando a te (e per conoscenza a D) la bozza di un eventuale articolo su Circo dell’ipocondria da pubblicare in uno dei prossimi numeri di Poliscritture*, ma solo dopo che avrò raccolto osservazioni da parte tua e sua e ulteriori miei ripensamenti.
Dalla bozza ripulirò senz’altro i sovrabbondanti riferimenti alle pagine del libro, che per ora paiono utili per controllare facilmente i passi a cui ho fatto riferimento.
Come vedrai, confermo il mio atteggiamento critico. Ma la distanza non deve nascondere la stima per la ricerca estetica che trovo predominante nel tuo lavoro e il desiderio di superare eventuali miei pregiudizi. Una tua replica pubblica potrebbe, se accetti, affiancare il mio scritto.
Ti saluto sperando che il dialogo tra noi possa comunque cominciare
Ennio

Su Silvio Aman*
Devozioni
Dialogo libri
Olgiate Comasco 2003

*Silvio Aman, poeta e saggista. Nel 2000 ha fondato e diretto l’annuario “Hesperos”. Ha pubblicato per la poesia Sinfonia Alpina (2004) e Nel cuore del Drago (2005). Tra i saggi: Memoria, informazione e mimetismo in Teatro naturale di Giampiero Neri (1999) e Robert Walser. Il culto dell’eterna giovinezza (2009). 

 23 aprile 2005


Caro Silvio,
ho letto con l’attenzione che mi posso concedere in queste settimane la raccolta che mi hai inviato (e di questo ti ringrazio ancora) e qui mi limito a raccogliere e a mandarti dei primi appunti sulle impressioni che i tuoi versi mi hanno suscitato. Ovviamente mi perdonerai per le forzature interpretative o le incomprensioni.

Parto dal lessico. Le tue scelte mi permettono di farmi un’idea più precisa del tuo orientamento culturale generale (che non conosco, ma intuisco in parte anche dallo scambio che abbiamo avuto sul problema della “moltitudine poetante”). È un lessico medio alto, caratterizzato da  una terminologia non comune (filattèri, un colombo ‘ cambiavista ’, tuga, cangianza, millenne) e che attinge a francese e tedesco con dimestichezza. Anche le citazioni in exergo (quella austera di Simone Weil, quella di Pater) o  i riferimenti a personaggi della mitologia mi segnalano le tue “paternità” culturali o i modelli di riferimento. Ne deduco una frequentazione non provinciale dei punti alti della cultura borghese europea del primo Novecento.

Su Cristina Alziati*
A compimento
ciclostilato in proprio 2003

* Cristina Alziati (1963) è traduttrice e vive tra Berlino e Roma.  Con la sua prima raccolta A compimento (2005) è stata finalista al "Premio Viareggio-Repaci" e ha vinto il "Premio internazionale di poesia P.P. Pasolini". Collabora con varie riviste e con il Centro Franco Fortini di Siena.
27 maggio 2004

Cara Cristina,

[...]In treno ho avuto modo di leggere le tue poesie.Devo dirti che non le riesco a separare dalla figura, dai toni e dai temi di Fortini. Questo - sarò sincero - in parte è un complimento, in parte è una riserva. Apprezzo in pieno la compatezza della raccolta, la secchezza delle immagini, la concisione del dettato. Sono tratti della forma che svelano un grande rigore morale e civile, una ricerca di "verticalità", di parole ultime, definitive ed essenziali. Ma - e qui ti pongo forse crudamente un problema - non sei Fortini, non puoi esserlo. L'ombra sua (e l'ombra dei suoi autori) a me risulta troppo incombente e mi pare di ritrovarla non solo nei temi, nei toni, ma a volte anche nella sintassi. Questo, se non sbaglio, produce dei cortocircuiti fra quotidiano e ideologia (ad es. in "Sui primi disegni di mia figlia" o in "Quale anniversario") e rende a volte troppo "ermetico" e, insomma, poco disteso il legame fra loro, che pur esiste, ma viene come bloccato da una volontà sapienzale e altera. Prendi queste osservazioni per la sincerità che le caratterizza...

Su Velio Abati*
Motivi
edizione fuori commercio
Grosseto 1997

*Velio Abati (Grosseto 1953). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, su Andrea Zanzotto e Luciano Bianciardi e curato il volume Franco Fortini. Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994. Ha diretto per vari anni la Fondazione Luciano Bianciardi di Grosseto ed è autore di racconti e poesie.

 

Cologno Monzese  30 giugno 2000

Caro Velio,
                    non vorrei lasciar passare troppo tempo prima di dirti qualcosa del tuo Motivi, che ho letto con coinvolgimento e interesse.  [...].
Prendi questi appunti solo come un tentativo di approssimazione e, se e dove ho toppato, fammelo sapere.Con stima e simpatia
                                                    Ennio