* Anna Ciufo (Formia, Latina 1955) vive e lavora a Salerno. Ha pubblicato, oltre a "Katana e altre poesie", altre due raccolte, "Di questi giorni parlati" e "Il timore accigliato delle pause" (2004).
31 gennaio 2008
Sette appunti
1.
Katana e altre poesie non è un’autobiografia distesa in versi. Nel libretto (una cinquantina di pagine, prefazione di Gerardo Zampella e postfazione di Maria Olmina D’Arienzo) gli indizi che incoraggerebbero tale interpretazione sono assai scarsi e cifrati. Ciufo allude alla sua vita nei modi sempre obliqui della poesia. Facile supporre che il «tu», a cui si rivolge, è maschile, è la persona amata-odiata, col fantasma della quale fa i conti, da quando il legame deterioratosi ha lasciato soltanto rovine (le «nostre rovine», p. 9). Ma, in tutta la scena di questa poesia, gli altri (i «voi», la gente: amici, conoscenti, o anche sconosciuti) sono labili comparse. Sola eccezione la Madre - maiuscola! - a cui è dedicato L’ultimo canto (pag. 47). Nel componimento a lei dedicato gli altri sono chiamati per attimi come testimoni. Quasi per accertare la fisicità della dolente figura materna («Voi l’avete vista camminare come in trappola, / misurare la lunghezza della propria inquietudine / navigando vie senza timone né rosa dei venti», p. 47) e svanire subito dopo. Resta solo la figlia invocante: «Madre, lontana, / madre sfuggita al mio pianto in un assaggio d’alba / che ha leccato il buio con violenza» (p. 47). Gli altri, la società, il mondo “reale” fanno, dunque, da fondale sfuocato;minaccioso però e fonte di insicurezza. La seconda sezione (Cronache), sviluppandosi in discorso meno secco e più disteso della prima, accenna pure a una «città frolla, sfaldata» (p. 33) e alla tipologia dei suoi abitanti: «quelli che anneriscono il buio con la violenza, / gli ometti con le pose da grand’uomo, / gli oratori senza convinzioni, / i giornalisti che sterzano fra false notizie, / chi senza vanga dissoda terre / e le semina a pietre» (p. 34). Ma, come per il «tu» e il «voi», questa folla, catturata da attività poco indagate o rese per vaghe metafore, che disturba e sta comunque per conto suo, non interessa davvero: è anzi da mandare «al diavolo» (p. 34).